23 Luglio 2026
Lo scorso luglio un gruppo di Socie, Soci e dipendenti di Coop Lombardia ha preso parte a “Lombardia Coop to Bosnia”, il cammino che ha attraversato la Bosnia-Erzegovina da Sarajevo alla Valle della Drina, tra memoria storica e cooperazione concreta. Un’esperienza di formazione alla pace, che ha toccato luoghi come il Memoriale del Genocidio di Srebrenica a Potočari e la Cooperativa “Insieme” di Bratunac, protagonista dei prodotti “Frutti di Pace” già sostenuti da tempo da Coop Lombardia.
A raccontare come è andata, con parole proprie, è Ettore Terribili, che ha preso parte al viaggio e ha scelto di condividere la propria testimonianza, quasi un diario di cammino. Ecco il suo racconto, integrale.
Ci sono viaggi che ti spingono ad allacciare gli scarponi per scoprire paesaggi nuovi, e poi ci sono cammini che ti chiedono di spalancare la coscienza per imparare a guardare il mondo con occhi diversi. Il viaggio “Lombardia Coop to Bosnia” non è stato una semplice parentesi estiva o un trekking tra le montagne dei Balcani, ma una profonda lezione di civiltà, memoria e responsabilità. A trent’anni da un conflitto lacerante che ha riportato la tragedia della guerra nel cuore dell’Europa, ci siamo messi in marcia assieme alle Socie, ai Soci e ai dipendenti di Coop Lombardia. Sapevamo fin dalla partenza che non stavamo intraprendendo un viaggio di svago, ma un’intensa esperienza di formazione sul campo. Non siamo partiti per schierarci o per alimentare il duello sterile delle memorie contrapposte, ma per toccare con mano come la dignità umana e la cooperazione quotidiana possano sconfiggere la brutalità dell’odio etnico.
«Il dolore è un sentimento egoista. Maggiore è il dolore provato, minore è la voglia di conoscere quello degli altri… Eppure è solo facendo il contrario che si può riprovare a vivere.» Questa frase di Rada Žarković, Presidentessa e co-fondatrice della Cooperativa Insieme, è stata il viatico iniziale della nostra partenza: più trascorreva il tempo, più diventava comprensibile al cuore e alla mente.
Sarajevo: la complessità e il peso della Storia
Il nostro cammino si è aperto a Sarajevo, una città che porta impresse sul proprio corpo le ferite del più lungo assedio della storia moderna, ma anche la straordinaria fierezza di un’identità e di una cultura multietnica secolare. Percorrendo le sue strade in un intenso trekking urbano, abbiamo attraversato luoghi densi di significato: dalle case storiche Svrzina Kuća e Despićeva Kuća, testimoni di tempi in cui religioni diverse convivevano nello stesso tessuto sociale, fino al Museo del Genocidio, al Museo dei Bambini, al Museo della Bosnia e al luogo dell’attentato del 1914. Camminare tra queste vie ci ha fatto comprendere con lucidità quanto sia fragile la pace quando viene aggredita dalla propaganda nazionalistica e dalla retorica politica della divisione. Vedere come amici e vicini di casa siano stati trasformati dall’oggi al domani in nemici ci ha fatto riflettere su quanto sia urgente difendere ogni giorno i valori del rispetto e della convivenza.
L’approdo a EkoMeta: la custodia dei ricordi e la voce di Nadja
Lasciata la capitale, il nostro viaggio ha trovato un punto d’approdo fondamentale presso l’Eco Villaggio EkoMeta, immerso nella natura rigenerante della Valle della Drina. Ad accoglierci abbiamo trovato Irvin Mujčić, che non si è limitato a offrirci ospitalità, ma ci ha donato una profonda rilettura culturale e umana di ciò che avevamo vissuto nel nostro viaggio. Tra camminate guidate e momenti di sincera condivisione attorno al fuoco, ad arricchire in modo determinante il nostro bagaglio è stata la sua testimonianza e quella di sua mamma Nadja. Le sue parole, vive e pulsanti, ci hanno permesso di entrare nell’intimità del ricordo, toccando con mano cosa significhi la perdita, la resistenza e la volontà ostinata di ricostruire un senso di comunità laddove tutto sembrava distrutto. È stato il ponte emotivo perfetto per preparare i nostri cuori all’impatto con la storia più cruda.
Momento di forte emozione è stata anche la testimonianza di Neven, la nostra guida, anche lui fuggito da Sarajevo quando ancora era un bambino e che con questo viaggio è riuscito anche a coronare il sogno di poter realizzare non un semplice viaggio in Bosnia, ma un’esperienza che a definirla rivoluzionaria non stupirebbe nessuno nel gruppo di chi l’ha vissuta.
La Valle della Drina: il silenzio di Potočari e il miracolo di Bratunac
Spostandoci verso Bratunac e Srebrenica, al Memoriale del Genocidio di Potočari il silenzio si è fatto assordante. Di fronte a quella distesa di lapidi bianche, dove il peso dell’abisso commesso nel luglio del 1995 strazia l’anima, il rispetto del lutto e del dolore altrui è apparso come l’unica risposta possibile contro ogni propaganda. Ma è a pochissimi chilometri da quei giardini di pietra che abbiamo toccato con mano il “pacifismo praticato”: la Cooperativa Insieme di Bratunac. Nata nel 2003 grazie alla determinazione di dieci soci e alla guida carismatica, pacifista e femminista di Radmila “Rada” Žarković, oggi questa realtà unisce oltre cinquecento famiglie. Varcare la soglia della cooperativa è stato un momento di immensa commozione. Guardare donne serbe e musulmane — madri, mogli, sorelle che hanno perso tutto — lavorare fianco a fianco, intente a selezionare e confezionare i frutti di bosco lungo i nastri trasportatori, è stata una lezione indimenticabile. Qui la ricostruzione non passa attraverso vuoti slogan, ma attraverso il lavoro agricolo trasformato in via di guarigione. Davanti a un caffè o a un filare di lamponi maturi, queste donne hanno scelto la vita: hanno ricominciato a parlarsi, abbattendo barriere invisibili ma spaventose e trasformando la parola “ritorno” nella parola “restare”. È qui che nascono i prodotti “Frutti di Pace”, sostenuti da Coop Lombardia: un’iniziativa che dimostra come un vasetto di confettura o un succo di frutta possano diventare un reale strumento di autosufficienza, dignità e riscatto contro la passività e il vittimismo.
La bussola del cammino e il Mandato Civile al ritorno
Passo dopo passo, lungo quei sentieri, ci siamo resi conto che i valori di cui spesso parliamo in modo astratto lì avevano il peso specifico della realtà, vissuti e sofferti direttamente sulla pelle. Abbiamo capito che il lavoro, in quelle valli, non è un semplice mezzo di sostentamento, ma un’architettura di rinascita: è lo strumento concreto con cui riconquistare l’indipendenza economica e ricostruire, mattone dopo mattone, la propria dignità personale. In quelle donne e in quegli sguardi abbiamo visto il rifiuto viscerale di ogni forma di vittimismo, la scelta coraggiosa di abbandonare la passività per tornare a essere cittadini attivi, gli unici capaci di spezzare finalmente la catena del rancore. Serve un coraggio immenso per abbracciare una simile riconciliazione: significa imparare a riconoscere il dolore dell’altro, portando un rispetto profondo e sincero per la sofferenza di ciascuno, senza distinzioni di appartenenza. E infine abbiamo toccato con mano il senso più puro della sostenibilità ambientale. Lì, la cura della terra e l’agricoltura biologica non sono mode, ma una promessa di futuro: il mezzo con cui restituire a intere comunità il diritto fondamentale di mettere radici, prosperare e restare nei propri luoghi d’origine.
Mentre ci riallacciamo lo zaino e ci prepariamo al rientro in Italia, ci rendiamo conto che questo cammino non finisce qui. Si torna a casa profondamente cambiati, portando dentro di sé un silenzio denso, ma anche una luce inaspettata. Tornare significa farsi carico di un vero e proprio mandato civile: raccontare la storia di queste persone straordinarie, combattere ogni narrazione d’odio nella nostra quotidianità e sostenere un’economia che metta al centro l’uomo e la natura. Ora, quando vediamo sui nostri scaffali i vasetti di Frutti di Pace, sappiamo che aprirne uno non è un semplice atto di acquisto: è un ponte teso verso la Valle della Drina. È un modo per stringere idealmente la mano alle donne di Bratunac, celebrare la loro forza e ricordare a noi stessi che la pace non è un concetto astratto o uno stato passivo, ma una strada da percorrere a passi fermi, ogni singolo giorno.
La pace non è uno stato passivo, ma una strada da percorrere a passi fermi, ogni singolo giorno, insieme.