Viaggio ad Amman: dove la solidarietà cura le ferite di Gaza 

27 Febbraio 2026

Viaggio ad Amman_Coop for GazaDal 14 al 17 febbraio una delegazione delle cooperative di consumatori ha visitato ad Amman, in Giordania, uno degli ospedali sostenuti grazie alla campagna #CoopforGaza. Un viaggio per toccare con mano il valore concreto degli oltre 643 mila euro raccolti nel 2025 da Coop e dai suoi Soci e Clienti a favore di Medici Senza Frontiere. La meta è stata lo Specialized Hospital for Reconstructive Surgery di MSF, noto come “l’ospedale di tutte le guerre” che accoglie le vittime del conflitto israelo-palestinese provenienti dalla Striscia di Gaza: un polo da 280 posti letto, attivo dal 2006, che offre un approccio di cura a 360 gradi, dalla chirurgia ricostruttiva alla fisioterapia, dalla terapia occupazionale al sostegno psicologico, fino ai percorsi di reinserimento sociale e scolastico.  

In questo contesto si inserisce il racconto di Simone Zambelli, consigliere Coop Lombardia, che restituisce il senso profondo di quei quattro giorni: non solo la visita a un ospedale, ma l’incontro diretto con le storie, i volti e la forza di una cooperazione capace di trasformare la solidarietà in aiuto concreto: 

Gaza, la forza della cura: un viaggio dentro la cooperazione che salva vite 
di Simone Zambelli, Consigliere Coop Lombardia 

Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in consapevolezza. Ci sono luoghi che non si visitano: si incontrano, si ascoltano, si portano dentro. La missione che ha visto insieme rappresentanti del mondo delle cooperative di consumo italiane e operatori umanitari di Medici Senza Frontiere è stata esattamente questo: un attraversamento umano e civile dentro uno dei contesti più fragili e drammatici del nostro tempo, quello delle conseguenze del conflitto a Gaza. 

A questo viaggio hanno preso parte Laura Perrotta e Ioana Fumagalli per Medici Senza Frontiere, Francesca Caferri per Repubblica – Venerdì, Maura Latini – Presidente Coop Italia, Andrea Mascherini – Presidente Coop Reno, Vincenzo Fazzi – Presidente Coop Amiatina, Domenico Livio Trombone – Presidente Coop Alleanza 3.0, Daniela Mori – Presidente Unicoop Firenze e il sottoscritto, in rappresentanza di Coop Lombardia. Un gruppo eterogeneo, unito da un’unica convinzione: la cooperazione non è un principio astratto, ma una responsabilità concreta che si traduce in azioni, relazioni e cura. 

Il nostro viaggio aveva uno scopo preciso: visitare una delle tre strutture sanitarie sostenute dalle cooperative italiane grazie alle donazioni dei soci, raccolte nell’ambito del progetto Gaza, nato per sostenere la popolazione civile colpita da un conflitto che continua a lasciare ferite profonde, visibili e invisibili. 

La struttura che abbiamo visitato si trova in Giordania, ad Amman: un presidio fondamentale per la presa in carico dei feriti e dei pazienti provenienti da Gaza, che qui possono ricevere cure specialistiche, riabilitazione e percorsi di recupero che nella Striscia, a causa delle condizioni del sistema sanitario e del contesto bellico, risultano spesso impossibili. 

La cooperazione, da sempre, si fonda su un’idea semplice ma potente: la forza di una comunità si misura dalla sua capacità di prendersi cura dei più fragili. In questo progetto, le socie e i soci Coop hanno scelto di trasformare la solidarietà in intervento concreto, affidandosi alla competenza e alla presenza costante di Medici Senza Frontiere. 

La struttura di Amman che abbiamo visitato è oggi un ospedale che ospita circa 250 pazienti, con una capacità massima di 280 posti letto. Numeri che raccontano una pressione costante, un equilibrio precario tra bisogni e risorse, tra emergenza e continuità delle cure. 

Appena entrati, ciò che colpisce non è solo l’intensità delle storie che attraversano i corridoi, ma la qualità delle relazioni. In un contesto segnato dalla sofferenza, la dignità delle persone è preservata con cura quotidiana: nei gesti degli operatori, negli sguardi, nella volontà ostinata di non ridurre mai nessuno a un numero o a un caso clinico. 

Qui arrivano pazienti provenienti da Gaza con traumi complessi, ferite da guerra, amputazioni, lesioni spinali, ustioni. L’ospedale diventa così non solo un luogo di cura, ma un ponte tra territori, un luogo in cui la possibilità di ricominciare prende forma giorno dopo giorno. 

Uno dei reparti più significativi è quello di fisioterapia. Qui lavorano nove fisioterapisti, che ogni giorno trattano circa 60 pazienti, per un totale di circa 140 trattamenti al mese. Dietro questi numeri ci sono corpi feriti dalla guerra, ma anche storie di resistenza e di ricostruzione. 

La riabilitazione, in un contesto come questo, non è solo un processo sanitario: è un atto di restituzione di autonomia e dignità. Ogni movimento recuperato, ogni passo riacquistato, ogni gesto quotidiano reso di nuovo possibile è una piccola vittoria contro l’idea che il destino delle persone sia già scritto. 

Accanto alla fisioterapia, dal 2022 è stata avviata anche la terapia occupazionale, un’attività relativamente nuova, oggi affidata a un solo terapista. È un seme che sta crescendo: aiutare i pazienti a riappropriarsi delle attività quotidiane, a ricostruire una relazione con il proprio ambiente, significa lavorare non solo sulla salute fisica, ma sulla dimensione psicologica e sociale della persona. 

Durante la visita abbiamo incontrato medici, infermieri, fisioterapisti, tecnici, operatori logistici. Molti di loro lavorano per Medici Senza Frontiere, altri sono professionisti locali. Tutti condividono la stessa determinazione: garantire cure di qualità, anche quando tutto intorno sembra crollare. 

Le loro giornate sono fatte di turni lunghi, di emergenze continue, di decisioni difficili. Eppure, quello che emerge con forza è la capacità di non perdere mai il senso del proprio lavoro. Non si tratta solo di “curare”, ma di stare accanto, di ascoltare, di accompagnare. 

Abbiamo parlato con pazienti giovani, spesso segnati da traumi complessi; con madri che restano ore accanto ai figli; con persone che hanno perso tutto ma non la speranza. In ognuna di queste storie si riflette il valore di ciò che, come movimento cooperativo, abbiamo contribuito a rendere possibile. 

Il progetto Gaza sostenuto dalle Coop non è un intervento isolato, ma parte di una visione più ampia: costruire infrastrutture di solidarietà capaci di resistere nel tempo, di adattarsi ai bisogni, di generare impatto reale. 

La cooperazione, in questo senso, è una forma concreta di partecipazione democratica: ogni donazione, ogni contributo dei soci diventa un tassello di un’azione collettiva. Non è beneficenza episodica, ma responsabilità condivisa. 

La presenza di diverse cooperative – Coop Italia, Coop Reno, Coop Amiatina, Coop Alleanza 3.0, Unicoop Firenze, Coop Lombardia – testimonia la capacità del sistema cooperativo di agire come rete, superando confini territoriali per rispondere a bisogni globali. 

C’è un filo che collega le nostre comunità in Italia con quelle che abbiamo incontrato ad Amman e, attraverso di esse, con Gaza. È un filo fatto di valori comuni: solidarietà, equità, diritto alla salute, dignità della persona. 

Questo viaggio ha reso visibile quel legame. Abbiamo portato con noi le storie dei nostri soci, la loro generosità, la loro fiducia. E torniamo con nuove storie da raccontare, con la consapevolezza che ogni gesto, anche il più piccolo, può contribuire a cambiare la vita di qualcuno. 

Uno degli aspetti più importanti emersi durante la visita è la necessità di superare una visione puramente emergenziale. Strutture come quella di Amman rappresentano un presidio fondamentale per la continuità delle cure, per la gestione delle patologie complesse, per la riabilitazione a lungo termine. 

Sostenere questi progetti significa contribuire a dare stabilità a un sistema di risposta sanitaria che si fa carico delle conseguenze della guerra anche nel tempo, quando i riflettori si spengono ma i bisogni restano. 

Questa esperienza ha confermato quanto siano decisive le alleanze tra soggetti diversi: organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere, realtà del mondo dell’informazione, e il sistema cooperativo. 

Ognuno porta competenze specifiche: chi la capacità di intervento sul campo, chi quella di raccontare, chi quella di mobilitare risorse e partecipazione. Insieme, queste competenze generano un impatto che nessuno, da solo, potrebbe ottenere. 

Tornare da Amman non è semplice. Ci si porta addosso il peso delle storie, ma anche una responsabilità: quella di trasformare ciò che si è visto in impegno concreto. 

Come sistema Coop nel suo insieme, continueremo a sostenere progetti che mettano al centro la persona, i suoi diritti, la sua dignità. Continueremo a coinvolgere i nostri soci, a informarli, a renderli parte attiva di questo percorso. 

In un tempo segnato da conflitti e incertezze, la cooperazione dimostra che esiste un’altra strada: quella della solidarietà organizzata, della responsabilità condivisa, della cura come valore umano e civile. 

L’ospedale di Amman che abbiamo visitato non è solo un luogo di cura: è la prova concreta che, anche nelle condizioni più difficili, è possibile costruire spazi di vita, di speranza, di futuro. 

E questa è la missione più importante che ci portiamo a casa da questo viaggio: continuare a credere, insieme, che prendersi cura degli altri sia il modo più autentico per prendersi cura del mondo. 

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